Fortune Infortune Fort Une – Parte 19 – La Signora del Lutto (ma non solo)

Svuotata.

Racconta Jean Lemaire che, quando Filiberto morì, Margherita cercò di gettarsi da una finestra del castello di Pont-d’Ain, ma le fu fortunatamente impedito di portare a compimento quel proposito.

Sono abbastanza scettico su questo, Margherita non era una bigotta ma era comunque una cattolica credente e, per quanto in preda alla disperazione, non credo avrebbe potuto cercare il suicidio.

Sarei propenso a pensare a quel tentativo solo se fosse come in una vecchia e geniale storia di Zio Paperone, dove il tycoon fa accorrere telefonicamente i nipoti in proprio aiuto minacciando di gettarsi dalla finestra del proprio studio … che stava a pianterreno.
Ma dubito che in quel momento Margherita avesse voglia di fare delle battute di spirito.




Più plausibile, invece, è che abbia fatto veramente l’altra cosa che viene detta, ovvero che si tagliò i suoi famosi, splendidi, lunghi capelli biondi, come simbolo della sua volontà di distaccarsi dal mondo dopo la tragedia.

Da allora Margherita vestirà sempre in abito vedovile, più o meno cupo, anche se dubito così cupo come l’abito monacale che vediamo nei ritratti (poco lusinghieri) che nell’ultima parte della sua vita le farà Bernard van Orley.

Poco tempo dopo l’accaduto, Margherita scriverà al padre Massimiliano di sentirsi “svuotata” dopo la morte del marito.

Jean Lemaire, maestro di propaganda e panegirici, nei giorni del compianto per Filiberto definirà la sua duchessa “Dame de Deuil”: la “Signora del Lutto”.

Ma se pensate ad una Margherita che si abbatte e si rinchiude in sè stessa a lungo, credetemi, non la conoscete.



La Chiesa e la Cappella.

Filiberto verrà imbalsamato e, vestito riccamente come si conviene a un Duca, sepolto nella chiesa di Notre-Dame di Bourg-en-Bresse.
Questo potreste (erroneamente) leggere da qualche fonte.
E invece no, non andò così.



Sarò preciso: tale chiesa, che si trova in pieno centro cittadino, a quel tempo non era la piuttosto imponente Cattedrale che vediamo ora.
Anzi, praticamente non esisteva. Al suo posto c’era una vecchia cappella, di cui fra poco dirò.

Esisteva invece, da tutt’altra parte e lontana dal centro città, una molto più modesta chiesa, quella di San Pietro, che era la chiesa parrocchiale della cittadina ed era allegata al priorato benedettino di Brou, fuori dalle mura della città.
Ed è qui che venne sepolto Filiberto, dove già era sepolta la madre.

A Margherita questa sistemazione delle spoglie del marito non poteva andare bene, come luogo definitivo dell’eterno riposo (di Filiberto e, in futuro, presumibilmente anche suo).
Troppo modesta la chiesa, troppo poco “da regnanti”.

Ora, accadeva già dalla metà del 1200 che esistesse a Bourg anche una frequentata cappella, quella di Nostra Signora (Notre-Dame), che custodiva un’immagine “miracolosa”.

La tradizione riporta che un pastore trovò, appesa ad un salice nel grande prato oltre la Porte d’Espagne, un’immagine della Vergine.
Portata a Saint-Pierre de Brou, che già allora era la chiesa parrocchiale, l’immagine miracolosamente tornò ad appollaiarsi sul salice, come fanno spesso queste ostinate immagini che non vogliono essere spostate.
Così venne deciso (come fanno spesso i fedeli di fronte all’ostinazione di quelle immagini) di costruire una cappella nel luogo dove stava l’albero, per ospitare l’immagine miracolosa della Vergine Maria.
“Se l’immagine non va alla chiesa, la chiesa va all’immagine”!

Se pensate che all’albero sia andata bene, però, come all’ulivo di Ulisse e Penelope attorno al quale venne costruita la loro casa, vi sbagliate.
L’albero doveva essere abbattuto in quanto pericolante (o almeno così venne detto …) e così venne fatto. Però nel legno dell’albero venne scolpita una statua della Madonna (Nera, come accade spesso alle statue della Madonna). Un esempio di “riciclo sostenibile”, verrebbe detto oggi.


E i buoni fedeli della Bresse presero l’abitudine di venire a pregare la Madonna (anzi, le Madonne, dipinto e statua: du is megl che uan …), a chiederle aiuto e protezione e ad implorarla nelle pubbliche calamità.

Nel XV secolo la Cappella di Nostra Signora fu inglobata nella città che si era espansa, e finì all’interno delle mura.

A questo punto, Bourg aveva due centri religiosi principali: la chiesa parrocchiale di San Pietro di Brou, in “periferia”, e la cappella di Notre-Dame, in centro città.

Il fatto è che la gente era particolarmente devota a Notre-Dame e questo suscitò le preoccupazioni del parroco di San Pietro, che comincerà a vedere la propria chiesa deserta e le offerte ridotte a poco.
Il parroco accusò quindi i sacerdoti di Notre-Dame di andare oltre ai propri diritti, privando il parroco della remunerazione a lui dovuta. Per un secolo ci furono controversie e cause legali per questo, con la gente di Bourg schierata normalmente con i preti di Notre-Dame.

Quando morì Filiberto, la questione si era evoluta in questo senso: Jean de Loriol, vescovo di Nizza (ma di origine bressana) era priore di Brou.

A Brou era stato fondato un eremo da parte di San Gerardo, nel lontano anno 927. Il santo vi si era ritirato assieme ad un gruppo di compagni e quando, nel 958, Gerardo morì essi continuarono ad abitarlo e a seguire le loro tradizioni e la regola benedettina.

Ma il priorato, all’inizio del Cinquecento, era vuoto e praticamente “in disarmo” addirittura dai primi anni del Trecento (!), non si a bene a causa di quale avvenimento.

In pratica, De Loriol a Brou era a capo di un guscio vuoto, con l’eccezione della chiesa parrocchiale di San Pietro che però, come abbiamo visto, riscuoteva ben poco successo da parte dei cittadini di Bourg.

De Loriol aveva allora deciso di puntare sulla chiesa di Notre-Dame, facendo innanzitutto ricostruire l’abside della cappella che era stata edificata per ospitare il dipinto miracoloso.
E il fatto di ospitare un “opus mirificum” (opera miracolosa) era servito a Loriol come argomento per convincere papa Giulio II a trasferire la parrocchia di Brou a Notre-Dame.
In pratica, l’obiettivo del prelato era, invece di puntare ancora sulla povera e decentrata San Pietro, di “incamerarsi” la chiesa di maggiore successo della città, allora una semplice cappella, facendola diventare un grande e prestigioso edificio.
Una specie di “scalata ostile” come quelle di oggi nella finanza.

Per fare ciò era necessario trasferire lo status di parrocchia cittadina da San Pietro a Notre-Dame.
Ciò avverrà nel 1506, dopo che pure Margherita aveva sostenuto la richiesta di De Loriol presso il papa.

Quando Jean de Loriol morì nel 1507, solo il coro della nuova chiesa era stato completato. I sacerdoti di Notre-Dame chiesero allora alla città di aiutarli a finire l’edificio, che diventò cattedrale nel 1515 e lo sarà ad intermittenza fino al 1534, quando le pressioni politiche del Re di Francia Francesco I riuscirono a convincere l’allora papa Paolo III a togliere definitivamente l’importante titolo di Cattedrale all’edificio religioso.
A quel punto, Margherita non era più al mondo e non aveva potuto usare la propria influenza per opporsi alla “degradazione” della chiesa.

Oggi Notre-Dame-de-Bourg (che verrà completata solo nel Seicento) è tornata Cattedrale, anzi co-Cattedrale, ovvero divide il titolo con un’altra chiesa nella diocesi, quella di San Giovanni Battista a Belley, ed è un importante monumento della città.

Ma, in realtà, non c’è motivo per dilungarsi qui su Notre-Dame-de-Bourg (a cui ho voluto accennarvi un pò perchè interverrà in una discussione di cui vi parlerò tra poco, un pò per noiosa mania di precisione 🙂 ).
E ciò per l’ottimo motivo che NON sarà il luogo dell’ultimo riposo di Filiberto e Margherita!

La nostra Margot aveva ben altre idee sulla “final destination” delle spoglie del marito (e delle sue).

Il Grande Progetto.

Bisogna fare una premessa: nel fecondo cervellino di Margherita certamente frullava da tempo, quale devota credente nonchè duchessa, l’ideuzza di far costruire, sotto il proprio patrocinio, un edificio religioso in Savoia.

Come già scrissi, subito dopo il matrimonio Filiberto e Margherita andarono in visita ufficiale a Ginevra, quella Ginevra sempre insofferente del fatto di essere soggetta al dominio savoiardo.
E qui (forse ve lo ricordate) era rimasta delusa dal fatto che le leggi che garantivano una certa indipendenza alla città non consentivano a lei, Duchessa, di accampare diritti tali da poter far erigere una “pia fondazione” nel territorio ginevrino.

Ora, non sappiamo se nel 1502 a Ginevra la neo-sposa Margherita avesse già in mente l’idea che poi avrà, ovvero di far costruire un edificio religioso a compimento di un voto da decenni non adempiuto da altri, o se aveva una generica volontà di dimostrare la propria personale devozione.
Ma certamente nel 1506, mentre Notre-Dame-de-Bourg diventava parrocchia cittadina con il sostegno anche di Margherita, Margherita stessa aveva già da anni elaborato il proprio progetto, che non era legato a quella chiesa ma era ancora più ambizioso.

Progetto che era: fondare un grande monastero a Brou, con allegata una nuova grandiosa chiesa da adibire a sepoltura sua, di Filiberto e della madre di Filiberto.
E ciò non solo per la gloria propria e del marito ma anche per adempiere finalmente a quel voto mai rispettato che, dice qualcuno, potrebbe averle addirittura insinuato il dubbio che la morte prematura e inaspettata di Filiberto fosse una “punizione divina” per quella mancanza.

Questa è la storia: il padre di Filiberto era Filippo II di Savoia, nato nel 1438 e morto nel 1497. La madre era Margherita di Borbone-Clermont, nata anche lei nel 1438 e morta nel 1483.

Un giorno, cavalcando, Filippo cade da cavallo e si rompe un braccio. La frattura doveva essere grave, magari scomposta, tanto che il Duca si ammala, forse a causa di un’infezione, ed è in pericolo di vita.
Margherita di Borbone fa un voto: in cambio, e a ringraziamento, della guarigione del marito lei farà erigere un monastero agostiniano a Brou.
Filippo guarisce ma Margherita di Borbone morirà, nel 1483, senza aver adempiuto al voto.
E neppure Filippo, che era stato messo al corrente del voto, lo farà.

Questa è la storia che Filiberto racconterà a Margherita, la quale prenderà come punto d’onore il fatto di adempiere lei stessa a quel voto della mai conosciuta suocera e, a quanto pare, sarà ancor più convinta di farlo dopo la morte di Filiberto.

Come abbiamo visto, a Brou in realtà qualcosa di simile ad un monastero esisteva già, ovvero un priorato benedettino e una chiesa.
Ma il priorato era spopolato da duecento anni, con un priore che, per dare un senso alla propria esistenza, era costretto a guardare con ecclesiastica concupiscenza ad una chiesa in centro città!

Di fatto, un monastero a Brou era da costruire ex-novo. E pertanto c’era ampio margine per adempiere al voto.

Ora, accantoniamo (solo per poco) la questione del voto e del monastero e guardiamo a Margherita e alla Savoia nei mesi successivi alla morte di Filiberto.

Governante (no, non nel senso di colf …).

Già sappiamo che Margherita era, di fatto, la vera governante del paese, dato che Filiberto le lasciava volentieri quelle responsabilità.

Nei pochi anni di governo, Margherita promosse la fondazione di scuole e ospedali, emise regole di sanità pubblica, si preoccupò dell’approvigionamento alimentare e dell’ordine pubblico.
In pratica, di tutto ciò di cui si deve occupare un governante.

Margherita era assistita da una valida squadra di collaboratori.
Oltre ai già citati Gattinara, Lemaire e Molinet, v’erano Louis Barangier, segretario, e Jean de Marmix, secondo segretario, tesoriere generale e incaricato anche di rapporti con l’estero.
Poi c’era Laurent de Gorrevod, che era il Governatore della Bresse e che era in pratica un ministro delle finanze.

Una revisione dello stato delle finanze del Ducato veniva fatta ogni tre mesi. Se è vero che le finanze dello Stato non erano floride, non era certo colpa di Margherita.
Assieme a Gattinara e Lemaire, anche Barangier e De Marmix seguiranno Margherita nella sua successiva e più importante esperienza di governo.

Margherita amava governare e lo sapeva fare bene, su questo tutti sono sempre stati d’accordo.
Alla luce di quanto Margherita farà prima in Savoia e poi nei Paesi Bassi, sembrerebbe strano se lei NON avesse a suo tempo estromesso l’impiccione “parvenu” Renè dal governo del Ducato!
Nessuna ragione neppure per ipotizzare, come qualcuno ha fatto, che la “vicenda Renè” sia stata causata da diatribe personali femminili tra lei e Anna Lascaris, moglie del “Gran Bastardo di Savoia”: non fu certo una lite tra comari, fu una questione di Stato.

Questa attività di governo non si interruppe subito con la morte di Filiberto.
Ma non poteva durare.

Margherita non poteva succedere al marito, ora era solo la Duchessa Vedova di Savoia.


Il Successore.

In linea di successione c’era un ragazzotto diciottenne, Carlo, fratellastro di Filiberto, che sarebbe salito al trono ducale col nome di Carlo II.
Oppure col nome di Carlo III se si considera valido il nome di Carlo II già assegnato allo sfortunato Carlo Giovanni Amedeo, morto a soli sei anni nel 1496, cadendo dal letto (è vero).

Il povero piccolo Carlo Giovanni Amedeo, ovviamente, non aveva mai governato direttamente ma solo attraverso la reggenza della madre Bianca di Monferrato ed è per questo che molti storici non lo considerano come un “vero” Carlo II.
Dico la verità, io almeno quel titolo a quel povero bambino glielo lascerei, checchè ne dicano la Treccani Storia e altri storici, e passerei a Carlo III.
Ma dato che pure Alessandro Barbero parla di Carlo II come successore di Filiberto allora anch’io chiamerò Carlo II il fratellastro di Filiberto.
Ubi maior …

Bene, il ragazzotto diciottenne, come fanno spesso i ragazzotti diciottenni, appena morto Filiberto comincia a smaniare per salire al trono.
Nulla di strano e non è neppure giusto accusare Carlo di scarso acume, perchè quanti diciottenni sono dotati di grande acume?
Purtroppo, però, Carlo non dimostrerà grande acume neanche a 40 anni.

Carlo II, che pure sarà detto “il Buono”, è giudicato dagli storici come il peggior Duca che la Savoia abbia mai avuto, quello che ha rischiato di far scomparire il ducato.

Carlo commise grossi errori in politica interna, compresa la gestione infelice dei collaboratori (quanta differenza con Margherita!), causando scontenti e abbandoni da parte di alcuni di loro, a cominciare dal suo maggior collaboratore, il segretario Jean Dufour di Annecy, che il Duca aveva sostituito nell’ambito di una politica di vendita di cariche pubbliche, politica che Dufour osteggiava già prima di esserne personalmente danneggiato.
Dufour, un uomo molto abile anche se non particolarmente onesto e corretto, se la legherà al dito e da allora, trasferitosi in Svizzera, si adopererà per danneggiare la Savoia e in particolare le casse del Ducato, non tirandosi indietro neppure dal falsificare documenti a tale scopo.

Ma sarà soprattutto la politica estera di Carlo che sarà quasi fatale alla Savoia.

Certamente la Savoia era in posizione militarmente e finanziariamente precaria, ma lo era da tempo. Finora i Duchi precedenti erano riusciti a barcamenarsi, cercando e di solito riuscendo a stare in equilibrio tra Francia e Impero, tra Svizzeri e Ducato di Milano.

Carlo II no.



Con un’assolutamente inefficace politica, prima sfacciatamente filofrancese poi con un netto avvicinamento all’Impero (Carlo sposerà pure Beatrice di Portogallo, sorella di quell’Isabella del Portogallo che sarà moglie di Carlo V d’Asburgo), parallelamente ad errori nei rapporti con i vicini del Monferrato, di Saluzzo e di Mantova, Carlo II nel 1536 darà pretesto a Francesco I di Francia per invadere e annettere la Savoia, a cui rimasero le sole province di Aosta, Vercelli e Nizza.


Dovrà essere il figlio, Emanuele Filiberto detto “Testa di Ferro”, a recuperare (appoggiandosi all’Impero) quanto perduto dal padre e a fondare di fatto lo stato sabaudo moderno.
L’importanza e il buon ricordo lasciato da Emanuele Filiberto gli hanno fatto meritare la statua equestre più famosa di Torino, quel “Caval ëd bronz” di Piazza San Carlo che è uno dei simboli della città.


Ovviamente stiamo parlando di Emanuele Filiberto I, che sull’Emanuele Filiberto II stendiamo un velo pietoso …



In conclusione, se Emanuele Filiberto era “Testa di Ferro”, Carlo II era una “Testa” di ben diverso materiale.

Fu certamente una sfortuna per la Savoia che il Ducato non continuasse ad essere governato da Margherita, anche se a conti fatti sarà una fortuna per gli Asburgo e per Margherita stessa il fatto che lei andasse presto ad occupare ruoli di governo in scenari ben più prestigiosi della pur importante Savoia.

Si svilupperà tra Carlo II e Margherita una profonda antipatia, che andava probabilmente al di là delle diatribe pratiche quali l’assegnazione del dominio di alcune terre alla Duchessa Vedova.
Negli anni in cui il suo Ducato oscillava paurosamente, Carlo trovava perfino il tempo di seguire una tignosa rivendicazione su alcuni gioielli che Margherita, che li riteneva legittimamente suoi e non volle mai restituire, si era portata dietro quando alla fine del 1506 aveva lasciato la Savoia (come vedremo).
Sarà Carlo V, forse esasperato dalle insistenze pluridecennali di Carlo II di Savoia, a restituirgli quei gioielli, ma solo dopo la morte di Margherita.



Clausole di vedovanza.

Comunque sia, prima di lasciare il potere a Carlo, Margherita si fece dare ciò che le spettava quale Vedova del Duca, cosa che era stata prevista dal trattato di matrimonio.
Con l’aiuto di Laurent de Gorrevod, le terre e i beni spettanti a Margherita vennero definiti e assegnati a lei, il 5 maggio 1505.
Oltre alle contee di Bresse, Faucigny e Vaud, a Margherita vennero definitivamente assegnate la contea di Villars (che era stata di Renè) e la signoria di Gourdans.

Tutto questo non fu stabilito con un documento firmato in un oscuro studio di un notaio, ma con un trattato firmato a Strasburgo, nella Sala dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, tra Margherita e Carlo II, alla presenza dell’Imperatore Massimiliano.
La furba ragazza, infatti, aveva chiesto il supporto del padre a sostegno delle proprie richieste …

Adesso Margherita è diventata la signora di un piccolo e frastagliato dominio, inserito all’interno della Savoia e confinante con la sua amata Borgogna.




Chissà se allora immaginava che lo avrebbe governato direttamente, in loco, solo per un anno e mezzo!

In ogni caso, per ora oltre al governo quotidiano Margherita continua, a Bourg, piccola capitale del suo “regno”, a perseguire due dei suoi grandi progetti.

Il primo è il monastero di Brou.
Il secondo, altrettanto importante, è la propria auto-promozione agli occhi del padre e del fratello.

Come prima cosa, torniamo alla questione del monastero e del voto da adempiere, facendo anche un piccolo passo indietro temporale, a quando Margherita, in quanto Duchessa Vedova, ancora governava la Savoia.


Brou, l’ossessione.

Margherita, nella sua fresca vedovanza, è decisa: vuole fondare il monastero e, prima di lasciare il governo a Carlo, in quei mesi di interregno, lo rende noto al proprio consiglio di governo.
Ai consiglieri si rizzano i capelli!

Sappiamo come andò la successiva discussione dalla “Chronique de Savoye” di Guillaume Paradin, pubblicata quasi sessant’anni dopo ma si suppone redatta sulla base di racconti tramandati da chi era presente.

Le fanno notare, non a torto, che le casse savoiarde non sono messe bene e che realizzare un monastero, una grande chiesa e tombe monumentali avrebbe costi astronomici per il Ducato.
La Savoia già non sa come farà a darle ogni anno i dodicimila pezzi d’oro a lei dovuti dalle clausole di matrimonio in caso di vedovanza!



Ma perchè non seppellire Filiberto nell’Abbazia di Altacomba, assieme al padre e agli altri Duchi di Savoia?
Forse perchè la Duchessa non vuole staccarsi dal marito e vuole essere sepolta assieme a lui?

Non si sa chi tra i bravi consiglieri sia stato ad avere l’idea di suggerire allora di seppellire Filiberto, e magari creare delle belle e comode tombe anche per lei e la suocera!, nella erigenda chiesa di Notre-Dame, quella che grazie a Jean de Loriol sta sorgendo sul luogo della vecchia cappella del dipinto miracoloso, come vi ho detto poco fa.
Che c’e di meglio di una grande chiesa in centro città, in un luogo già di devozione popolare, frequentatissimo e dove ogni giorno ci sarebbe qualcuno che prega per l’anima di Filiberto e dei suoi congiunti?

Margherita è inflessibile. Non cambia idea. Ah, le donne …
Ma anche i consiglieri non demordono, per ora.

Oltretutto, aggiunge qualcuno, Brou sta al di fuori delle mura cittadine e in caso di guerra non sarebbe difendibile. Vorrebbe vedere, la Duchessa, il proprio nuovo monastero dato alle fiamme?


Margherita non si scompone: con l’incremento dell’uso dell’artiglieria nella guerra moderna, dice, anche un edificio all’interno delle mura non può più essere al riparo da eventi bellici. Quindi Notre-Dame, pur essendo entro le mura, non ha un reale vantaggio su Brou da questo punto di vista.
E’ un’argomentazione solo parzialmente vera, oserei dire un pò stile “ostinazione femminile” più che razionalità.
Ah, le donne …




E poi Margherita sgancia la “Bomba-Fine-Di-Mondo”.

Dice Paradin che la Duchessa Vedova affermò che “era stata informata del voto fatto dal defunto signore e dalla di lui consorte, genitori di suo marito, di fondare un monastero dell’ordine di Sant’Agostino sul sito di Brou. Ma che il defunto Duca Filippo e la Duchessa Margherita di Borbone avevano trascurato il dovere di adempiere a quel voto. E che dato che era piaciuto a Dio prendere il suo signore e marito Filiberto nella sua giovinezza, senza che avesse tempo e modo per adempiere al voto di suo padre e sua madre, allora lo avrebbe fatto lei, Margherita d’Asburgo, vedova di Filiberto, con l’aiuto di Dio”.

E pare che ai consiglieri che ribadivano la sicura enormità delle spese e che al limite sarebbe stato meglio impiegare quel denaro per completare l’edificazione della nuova chiesa di Notre-Dame, dove avrebbe avuto ogni giorno migliaia di preghiere per la propria anima e quella di Filiberto, abbia risposto tra copiose lacrime (ah, le donne …): “Voi dite il vero, ed è il mio più grande rammarico, ma se facessi come voi dite non si adempirebbe il voto che invece adempirò con l’aiuto di Dio.

A questo punto, con un voto il cui mancato adempimento forse grida vendetta e con Dio stesso tirato in ballo da una povera vedova di ventiquattro anni, per di più in lacrime, che le vuoi dire?

I consiglieri si arrendono.

In realtà, pare che Margherita avesse già fatto fare una stima preliminare del costo del monastero a Laurent de Gorrevod.
In effetti, non ce la vedo Margherita gettarsi alla cieca in una simile avventura.

Il piano definitivo dei costi di progetto sarà pronto all’inizio della primavera del 1505 e la prima pietra della grande chiesa del monastero sarà posata dalla Duchessa stessa un anno dopo.
A quel punto, diciamo dalla seconda parte del 1506, lei non governerà più la Savoia neanche de-facto ma governerà la Bresse, che era diventata uno dei suoi possedimenti, e quindi anche Bourg e Brou: il progetto andrà avanti e a lungo, non più con il denaro della Savoia ma con quello di Margherita e della Bresse.
Ma di questo (e di molto altro) ne parleremo ancora.

E il secondo progetto di Margherita, la propria auto-promozione?
E poi, auto-promozione in che senso?

Tranquilli, parleremo anche di questo!
Per ora ci fermiamo qui.

Sappiate solo (ma non ditelo in giro) che, checchè ne dica Lemaire, Margherita non terrà poi così tanto il lutto, negli anni seguenti …

I Fenomeni.

Fenomeni.

Come lo sembravano questi qui nel 1985, negli anni in cui tutto cominciò ad andare a rotoli.
Per colpa loro.

Certo, le lancette dell’economia italiana sono tornate indietro di vent’anni.

Anzi, a dire la VERITA‘ (cosa che la Confindustria non dice MAI), le lancette italiane SI SONO FERMATE VENT’ANNI FA.

Non è che “sono tornate indietro adesso, causa COVID-19”, distruggendo quanto di buono le “fenomenali” imprese italiane avevano costruito in questi vent’anni.

NO.

L’economia italiana E’ FERMA DA VENT’ANNI e il PIL REALE ITALIANO (ovvero calcolato a prezzi costanti, https://www.okpedia.it/differenza_pil_reale_e_pil_nominale ) è tornato addirittura ai livelli di TRENT’ANNI FA.
Parola di Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia.

Certo, colpa ANCHE del COVID, ma non solo e non primariamente.

Colpa innanzitutto di quei FENOMENI della classe imprenditoriale e manageriale italiana.

Se economicamente siamo fermi da vent’anni i colpevoli sono proprio gli imprenditori.

Quelli che negli ultimi trent’anni hanno avuto come stella polare il TAGLIO DEI COSTI e NON L’INNOVAZIONE E LA FORMAZIONE (con la “geniale” idea di mettersi a far concorrenza a cinesi e indiani sul costo del lavoro!) e hanno per anni chiesto (e continuano a chiedere) un sistema scolastico “breve” fatto solo per poter buttare fuori presto gente da usare nelle aziende.

Se siamo il paese con la più bassa percentuale di giovani laureati nella UE (facciamo “meglio” solo della Romania) è anche per la mentalità degli imprenditori che vogliono “studenti fatti apposta per l’impresa”, che tradotto vuol dire “lavoratori solo parzialmente preparati, fatti per imprese tecnologicamente arretrate come quelle italiane (in media) e che non puntano veramente sulla qualità”.

La scuola può avere colpe sull’essere spesso distante dal mondo del lavoro, ma la scuola non può che dare una formazione generale, sono le aziende che dovrebbero finalizzare e specializzare quella formazione, invece gli imprenditori scaricano TUTTO sullo Stato e si lamentano.

Imprenditori come quelli che non fanno formazione ai dipendenti perchè “costa” e perchè, come mi disse un piccolo imprenditore nell’informatica (!), “noi formazione agli assunti non ne facciamo, perchè tanto molti di loro dopo un anno se ne vanno”.
Atteggiamento che si è sparso a macchia d’olio in questi ultimi decenni, prima che qualcuno tra gli stessi imprenditori cominciasse ad ammettere che “forse si era esagerato”.

38 anni fa io, fresco di laurea scientifica (Fisica), ho iniziato a lavorare nell’informatica dopo aver fatto uno stage di sei mesi ALLORA pagato da un’azienda, che mi ha messo in grado di essere immediatamente produttivo.
Altri tempi, lo so, ma non mi si dica che “allora l’informatica non si insegnava a scuola, quindi è normale che allora la insegnassero le aziende, adesso è diverso“.

In realtà, io uscii dall’Università sapendo già programmare e bene: con il Fortran, calcolo scientifico.
L’azienda pagò a me e ad altri dieci candidati il corso per diventare produttivi in ambito di informatica gestionale (COBOL, sistemi IBM ecc.), che era quello in cui operava l’azienda stessa.

E che è ciò che dovrebbero fare le aziende pure oggi, ovvero dare una finalizzazione specialistica e mirata a chi esce dalla scuola, invece di chiedere un’impossibile finalizzazione fatta già dalla scuola stessa.
La scuola non potrà mai stare al passo con l’evoluzione tecnologica delle aziende se non con inevitabili ritardi, nè essere aderente a tutte le realtà specifiche.
Sono le imprese stesse che debbono organizzarsi per la formazione finale.




Tra quello che fece Enzo Ferrari nei primi anni ’60, ovvero anni di molta maggiore SERIETA’ ed EFFICIENZA dell’imprenditoria italiana, cioè il creare addirittura all’interno della sua fabbrica un vero Istituto Tecnico (riconosciuto!), e il non fare nulla sulla formazione, che è quello che oggi si fa troppo spesso, c’è molto spazio che dovrebbe essere occupato.

Inoltre le lauree brevi secondo me hanno abbassato la flessibilità mentale delle nuove generazioni, che è la chiave per poter affrontare i cambiamenti continui (che sono la vera novità di questi decenni).

Nei decenni del boom, anni ’50, ’60 e ’70, l’economia italiana si espandeva e affrontava la concorrenza internazionale.
Solo che allora avevamo aziende, da quelle private tipo Olivetti, Montecatini, Ignis, Zanussi, Piaggio, ovviamente Fiat ecc. a quelle pubbliche tipo ENI e IRI, che la concorrenza la sapevano affrontare con la qualità del prodotto.
Fino all'”autunno caldo” queste aziende erano spesso “schiaviste” come quelle di oggi, ma avevano di solito fior di manager, a differenza di quelle di oggi.


Io lo dico da almeno tre lustri, che i principali responsabili del declino italiano sono le aziende, ovvero imprenditori e manager.
Più ancora dei politici, che negli ultimi decenni hanno visto anch’essi un grande abbassamento nella loro qualità e che hanno pure essi colpe enormi ma non al livello di quelle imprenditoriali.

I politici hanno la colpa di aver assecondato praticamente tutte le richieste dell’imprenditoria, la colpa di aver consentito loro di fare quelle scelte senza pagarne dazio.
Ma chi ha fatto quelle scelte sono stati gli imprenditori e i loro manager.

Quelli la cui “reazione alla grande trasformazione indotta dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione negli anni Novanta è stata la richiesta di costi del lavoro più bassi, invece di un maggiore e adeguato investimento nelle nuove tecnologie che avrebbe creato domanda di lavoro altamente qualificato. Innescando magari un circolo virtuoso di domanda e offerta di istruzione superiore a beneficio del mondo del business e della società nel suo complesso”.

Chi l’ha detto?
Landini? Fratoianni? Un sovversivo anticapitalista dei Centri Sociali?
No.

L’ha detto pubblicamente, un mese fa, sempre lui: Ignazio Visco, Governatore di Bankitalia.
A dire la verità avrebbe dovuto dirlo, lui o chi a quel tempo occupava posti di responsabilità, già una quindicina di anni fa, ma meglio tardi che mai.

Visco che sembra uno di quelli che hanno oggi le idee chiare, comprendendo che se non sfruttiamo l’occasione per dare un colpo di reni su RICERCA e ISTRUZIONE, uniche chiavi per l’INNOVAZIONE, non ne usciremo più.

E adesso, in piena crisi pandemica, ci troviamo pure ad avere ai vertici confindustriali gente con idee così caricaturali, tanto sono al di fuori del momento storico e del buon senso, idee da macelleria sociale ai meri e illusori fini di profitto aziendale, idee così imbecilli (pensare di guadagnarci comprimendo il potere di acquisto dei lavoratori, che così avranno ancora meno soldi per comprare i prodotti che vorresti vendere, che sia un’idiozia lo aveva capito Henry Ford già un secolo fa), idee che credo ormai neppure un idiotuncolo venticinquenne bocconiano ideologicamente aziendalista potrebbe proporre senza mettersi a ridere, che ogni volta che vedo e sento Bonomi mi pare un personaggio dei Simpson.



Ah, per inciso: ma a voi è mai sembrato che l’aquila della Confindustria sia sempre in procinto di spiegare le ali e trasformarsi in questa?

A me si, e ogni volta sento un brivido.

Ma, certo, non mi stupisco.

Il Consiglio Musicale del Giorno: Alessandro Marcello – Concerto in Re minore per oboe, archi e basso continuo.

 

Molti di quelli con i capelli bianchi riconosceranno il secondo movimento e lo assoceranno ad un film italiano di grande successo del lontano 1970, dove spiccavano la colonna sonora di Stelvio Cipriani, questa musica barocca e la bellezza di un’attrice brasiliana che allora andava per la maggiore, Florinda Bolkan.
Bellezza “strana”, in perenne oscillazione tra durezza e dolcezza, tra forza e fragilità.

 

 

 

Allora, e per molto tempo, il concerto è stato erroneamente creduto a livello “popolare” (anche per colpa dell’errore di citazione contenuto nel film) come opera del più famoso Benedetto, fratello di Alessandro.

Diamo perciò ad Alessandro ciò che è di Alessandro.

L’orchestra che qui ottimamente esegue è la fiamminga “Ensemble il Gardellino”, diretta da Marcel Ponseele, che è anche solista all’oboe.

 

 

 

E diamo a Stelvio Cipriani ciò che è di Cipriani.

Giornalisti, vil razza dannata.

Io a volte mi stupisco che, alla mia età, mi faccio ancora illusioni.

Una di queste è che oggi in Italia possa esistere il “giornalista indipendente”, uno che dice e scrive ciò che pensa e che ritiene giusto e non ciò che gli viene detto, anzi ordinato di dire e scrivere.

Mi è venuto da pensarlo, una volta di più, avendo sentito di nuovo quelle che io ritengo palesi sciocchezze da parte di un giornalista che, in situazione politica diversa, mi era parso decisamente intelligente.

E probabilmente intelligente lo è, ma non indipendente.
E così poco indipendente da non tirarsi indietro neppure nel dire cose che lo fanno apparire poco intelligente.

Sto parlando (ma, come dirò anche dopo, è solo un esempio tra i tanti) di Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità, che al tempo del governo giallo-verde era (lui chiaramente filo-leghista) una delle voci secondo me più acute e sensate a rispondere agli attacchi (francamente di ben scarsa qualità intellettuale) dell’allora opposizione piddina.

Poi Salvini si suicida al Papeete, cade quel governo e ne va su uno che a Borgonovo evidentemente non va bene.
Più che legittimo (anche a me il governo giallo-rosa non ha mai dato fiducia, solo post-COVID ho cominciato a pensare che, finchè c’è Conte al timone, è accettabile e forse è meglio che ci sia).

E Borgonovo che fa, in questa situazione?
Continua a fare critiche intelligenti, ma questa volta al nuovo governo?
Macchè.
Si allinea immediatamente alle critiche stupide della nuova opposizione, ovvero la Lega (ed amici).

In particolare, ha un “cavallo di battaglia”, che ripete sempre per riuscire a dire che “il lockdown è stato gestito male” (quello stesso lockdown che, faccio notare, ha abbassato la curva italiana dei contagi nel tempo minimo che ci si potesse ragionevolmente aspettare).

Qual’è questo “cavallo di battaglia”?
Che l’incompetente, disastroso, inciucista ed evidentemente pure insensibile e antireligioso governo M5S-PD “ha chiuso le chiese durante il lockdown”!

Ebbene, si.
La mancanza di messe “in presenza”, per pochi mesi!, sarebbe una di queste cose indegne che il governo avrebbe fatto (e Borgonovo non deve aver trovato molto d’altro da criticare, perchè mi pare che sia sempre la prima cosa che cita nei suoi strali).

Papa Francesco (dico: Papa Francesco!) già a fine aprile ha esortato i cattolici ad ubbidire alle disposizioni del governo («In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni»).

I leghisti e, ahimè, pure giornalisti leghisti anche apparentemente raziocinanti, hanno invece voluto descrivere questa situazione come “i cattolici costretti a messe-fai-da-te”, addirittura (l’ha scritto Borgonovo su La Verità, non me lo invento io) alle “messe clandestine”, manco fossimo nell’Amsterdam del Seicento con le sue chiese cattoliche nascoste nelle case private (se ci andate, vi consiglio di visitare l’ancora esistente chiesa-museo “Ons’ Lieve Heer op Solder”, ovvero “Nostro Signore nel Sottotetto”).

Eppure io ricordo bene, una cinquantina di anni fa, una mia parente, devota cattolica, che nell’impossibilità pratica di andare regolarmente a messa ogni domenica mattina per motivi di salute, ovvero ridotta mobilità, assisteva alla messa trasmessa in diretta televisiva dalla Rai.
Non ho mai avuto l’impressione che ciò la facesse ritenere di essere “meno devota” e meno meritevole della grazia divina di chi aveva la fortuna di poter andare in chiesa.
E lei questa cosa la faceva quasi “in permanenza”, ovvero per lei assistere direttamente in chiesa sarebbe stata ed era l’eccezione, non solo per i (prevedibili) pochi mesi di lockdown!

E invece no, a quanto pare per Borgonovo il governo ha violato diritti inalienabili dei cattolici e ciò per tre lunghissimi, insopportabili mesi.

Governo ateo e persecutore! 😀

Come ha potuto il PD consentire questo?

Come ha potuto accettarlo Del Rio, il supercattolico con nove figli donategli da Dio?

Nome di Gesù, salvaci!

No, qui non ho dubbi: è un’argomentazione, quella di Borgonovo, OGGETTIVAMENTE stupida.

Bene, ho detto in questo caso di Francesco Borgonovo ma potrei dire lo stesso di tantissimi altri giornalisti anzi, io temo, praticamente di TUTTI.

Solo alcuni esempi:

Augusto Minzolini? Idem. E’ tutt’altro che stupido, ma è in grado di dire cose che sono intellettualmente impresentabili, per difendere governi che gli piacciono o attaccare quelli che non gli piacciono.

Piero Sansonetti, ex “sinistrorso” e forse ex-intelligente da anni virato verso l’establishment? Idem. Oggi sembra uno di quegli ex sindacalisti diventati amici dei padroni.

Franco Bechis, a suo modo un “clone” di Borgonovo in quanto a voltafaccia “intelligenza –> stupidità/malafede” nel passaggio da governo giallo-verde a governo giallo-rosa. Perchè scrivere, a ottobre 2020 sul destroidissimo quotidiano “Il Tempo”, che “Ancora una volta l’Italia si fa cogliere impreparata dal virus” e “A febbraio nessuno aveva pensato di fare gli acquisti necessari di mascherine, camici, guanti, respiratori e tutto quel che serviva almeno negli ospedali e nei centri medici per affrontare la pandemia” è stupidità/malafede di alto grado.
Caro Bechis, 1) a Febbraio nessuno nel mondo, Cina a parte, aveva già capito cosa stava succedendo e la Cina ha lasciato che gli altri lo scoprissero da soli, noi abbiamo avuto la sfortuna di essere i primi a scoprirlo in Occidente 2) è colpa del governo giallo-rosa se il SSN è stato mazzolato negli ultimi 10 anni? 3) e, per inciso, CHI ci aveva pensato e aveva fatto meglio negli altri paesi? Tanto per dire, in Repubblica Ceca in quelle settimane ci hanno perfino “rubato” un carico in transito dalla Cina che avevamo appena acquistato.

Giuliano Ferrara? Ecco, credo che Ferrara sia proprio l’archetipo di questo tipo di giornalista.
Certamente non uno stupido ma che nei tristi anni berlusconiani ha detto e scritto le cose più vergogosamente idiote e palesemente strumentali.

E vogliamo dimenticare quella figura di studioso-polemista-cazzaro-politico di Vittorio Sgarbi?
Uno che materia grigia ce ne ha, non fatevi ingannare dalla sua studiata sgradevolezza, ma che è in grado oggi di cantare la bellezza del libero amore carnale e domani fare con naturalezza una marchetta mediatica a favore della morigerata e sessuofoba Chiesa Cattolica.

E mi fermo qui con gli “intelligenti stipendiati”.

E ovviamente non sto ad elencare quelli che cose intelligenti non le hanno nè mai dette nè mai scritte (un nome per tutti, Claudia Fusani, miodddio!) o quelli che hanno palesemente scoperto le “bellezze” dell’establishment senza neppure preoccuparsi di non farsi sgamare (vedi Stefano Feltri, ex vicedirettore del Fatto Quotidiano, non del Sole 24ore!, che accetta l’invito al Bilderberg “per curiosità” e si fa tirare ortaggi da tutti gli ovviamente indignati lettori).

Purtroppo devo abbandonare le mie illusioni: la classe giornalistica italiana ha la stessa bassa qualità media delle classi politiche, imprenditoriali o della magistratura, lo stesso vizio per cui l’importante è il vantaggio personale e la dignità è un optional.

Ma, quel che è peggio, devo anche abbandonare l’illusione di trovare almeno singoli giornalisti che sembrino pensare con la propria testa e non come glielo ordina il partito o la lobby di riferimento.

E va bene, evidentemente devo ancora crescere.

Ma se qualcuno riesce a trovare un giornalista che sia DAVVERO intelligente E indipendente, me lo dica.
Sono disposto a farmi illudere ancora (il che probabilmente conferma che devo ancora crescere …).